lunedì 25 febbraio 2008

Olimpiadi e politica: rassegna stampa

Alcuni articoli recenti sulle proteste contro la politica cinese nei confronti del Darfur e in generale sulla politicizzazione dei Giochi.

La Associated Press ha raccolto le dichiarazioni del presidente del Cio Rogge:

Il Cio è un catalizzatore per un cambiamento in cina, ma non è una panacea. E’ un’organizzazione sportiva, non politica e non possiamo risolvere i probelemi del mondo [...]

E’ inevitabile che alcune organizzazioni non governative vogliano approfittare delle Olimpiadi in Cina. Noi pensiamo che i Giochi Olimpici siano una forza positiva, ma non aspettatevi dai Giochi qualcosa che non possono dare.

IOC: Games can’t solve World’s problems, the Associated Press

Decisamente, il Cio sta incominciando ad adottare un profilo più basso riguardo alla possibilità che le Olimpiadi abbiano un effetto benefico sulla politica e sulla società cinese. Un articolo di Sports Illustrated riporta un’altra affermazione di Rogge, secondo cui “la storia dirà che è più il bene che il male che è scaturito dai Giochi Olimpici a Pechino” e commenta:

una parte di questa idea, forse, nasce dal ridursi della speranza per il Cio di poter ancora influire sulla Cina come fece sulla Corea del Sud, quando l’assegnazione dei Giochi a Seul spinse il paese verso la democrazia. Ma la differenza è enorme: la piccola Corea del Sud desiderava diventare un attore del libero mercato ed era confrontata ad un’intensa pressione internazionale per riformarsi; cinque mesi prima delle Olimpiadi dell’88, la nazione tenne l’elezione libera con la maggior partecipazione della sua storia.

La Cina? Nei sette anni che sono passati da quando ha ottenuto i Giochi, è emersa come una superpotenza economica, abbastanza potente da accogliere le Olimpiadi anche se si fa beffe liberamente dello spirito olimpico. Perché la Cina dovrebbe mantenere la sua promessa sui diritti umani? Nessun paese boicotterà i Giochi, e nessuno sponsor si ritirerà, se questo significasse perdere la posizione conquistata nel mercato del futuro.

S.L. Price, The silent partner. As China quashes critics, IOC continues to look away, Sports Illustrated, 13 febbraio.

Altri commentatori, certi che i cinesi dovranno comunque subire contestazioni durante le Olimpiadi, valutano il modo in cui dovrebbero cercare di prepararsi:

I cinesi lamentano di aver subito un torto e affermano che il Sudan non ha nulla a che vedere con loro (e, prima che lo chiediate, nemmeno il Tibet, in realtà) – e in ogni caso, non dovremmo semplicemente occuparci di sport, puro e semplice? Ma lo sport non è mai puro e raramente semplice.

E nemmeno la fama lo è. Pechino e la Cina hanno appena imparato una lezione, che Londra e la Gran Bretagna impareranno senza dubbio mano a mano che il 2012, l’anno in cui ospiteranno i Giochi, si avvicina. Non si ottengono i Giochi Olimpici alle proprie condizioni. Non si ottiene alcun tipo di celebrità sportiva alle proprie condizioni. [...]

Chiedendo le Olimpiadi per sé, la Cina è entrata in contatto più massicciamente con la Cultura del Disaccordo di quanto sarebbe stato possibile altrimenti. Pechino sarà piena di atleti e giornalisti che sono in disaccordo con ogni tipo di cosa [...].

E non sono le proteste o le singole questioni ad essere tanto importanti, quanto piuttosto il fatto che la Cultura del Disaccordo esiste. Molti, molti cinesi vedranno per la prima volta che questo è il modo in cui viviamo nel mondo non repressivo. Se i Giochi Olimpici del 2008 dovessero avere uno scopo politico, dovrebbe essere quello di piantare il seme del Disaccordo, il seme di una vera rivoluzione culturale.

S. Barnes, The Genocide Games? Time to salute sport’s power to rise such a question, The Times, 15 febbraio.

Se la Cina potesse aprirsi anche un poco nei mesi che vengono, i suoi dirigenti e i suoi cittadini sarebbero meglio preparati per l’ondata di critiche e manifestazioni politiche che probabilmente saranno dirette contro la politica interna e estera di Pechino prima dei Giochi Olimpici.

V. Mallet, Why China should not fear open debate, Financial Times, 20 febbraio.

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