Le nuvole che si addensano sul cielo di Pechino in questi giorni non sono soltanto quelle dei gas di scarico e delle fabbriche, che rischiano di compromettere la salute degli atleti durante le prossime Olimpiadi. Più i Giochi si avvicinano, infatti, più le critiche e le proteste nei confronti della Cina aumentano. Solo nell'ultima settimana, il regime di Pechino ha dovuto mandare giù una serie di bocconi difficili da digerire. Il più eclatante, ovviamente, è il ritiro di Steven Spielberg da consulente per le cerimonie dei Giochi di Pechino. Si ricorderà che Spielberg era stato tirato in causa nell'aprile scorso da Mia Farrow, nella sua lettera in cui denunciava l'atteggiamento dellaCina nei confronti del governo sudanese, responsabile del dramma del Darfur. In maggio Spielberg aveva scritto una lettera al presidente Hu Jintao, chiedendo che la Cina si impegnasse di più per risolvere la situazione del Darfur. Alla fine, martedì scorso, il regista ha deciso di rompere la sua relazione con il Bocog (il comitato organizzatore di Pechino). Nel suo comunicato si legge, tra l'altro:A questo punto, il mio tempo e la mia energia devono essere spesi non per le cerimonie olimpiche, ma per fare tutto quello che posso per contribuire a far cessare gli indicibili crimini contro l'umanità che continuano ad essere perpetrati nel Darfur. Il governo del Sudan porta la responsabilità più grossa per questi crimini continui, ma la comunità internazionale, e in particolare la Cina, dovrebbe fare di più per far cessare la sofferenza umana che non si interrompe in quella regione. I legami economici, militari e diplomatici della Cina con il governo del Sudan le offrono l'opportunità e le danno l'obbligo di insitere per un cambiamento.
The China blog e Richard Spencer sul sito del Telegraph si chiedono perché la Cina abbia messo quasi tre giorni ad emettere una reazione al ritiro di Spielberg, soprattutto perché le argomentazioni sono quelle che ci si poteva aspettare: il comitato organizzatore si è limitato a ricordare il presunto ideale olimpico di separazione di sport e politica; il ministero degli esteri, attraverso un portavoce, ha cercato di giocare la carta della paranoia che caratterizza tutti i regimi totalitari, affermando "è comprensibile che qualcuno non capisca la politica del governo cinese sul Darfur, ma temo che alcuni abbiano motivazioni diverse, e questo non possiamo accettarlo". Lo stesso presidente del Cio, Rogge, si è detto "dispiaciuto" per la decisione di Spielberg, pur rispettandola. Ha però anche continuato ad alimentare la posizione ambigua del Cio sulla questione cinese, quando ha ricordato che "noi siamo un'organizzazione sportiva, non un'organizzazione politica, né un'associazione con scopi umanitari. Questo non significa che ognuno di noi, all'interno del movimento olimpico, non abbia la propria coscienza, le proprie convinzioni profonde" e che il Cio è per la "libertà di parola, senza restrizioni".
Quasi contemporaneamente alla presa di posizione di Spielberg, The Independent ha pubblicato una lettera, firmata da otto premi Nobel per la pace, da vari ex olimpionici, personaggi dello spettacolo e deputati di diversi paesi. Nella lettera i firmatari insistono sulla necessità che la Cina si impegni maggiormente per risolvere la situazione nel Darfur. Tra i firmatari vi sono Rigoberta Menchù, Desmond Tutu, Elie Wiesel, Tom Stoppard, Emma Thompson e, naturalmente, Mia Farrow. Per qualche tempo ha anche circolato la notizia che tra i firmatari vi fosse lo stesso Rogge, notizia evidentemente non confermata. Quello che è certo è che vi è, invece, il campione di badminton britannico Richard Vaughan, che ha in qualche modo sfidato il comitato olimpico del suo paese. Pochi giorni fa, infatti, aveva circolato la notizia che gli atleti britannici sarebbero stati obbligati a firmare una clausola nella quale si impegnavano a non esprimersi su questioni politiche durante i Giochi, pena l'esclusione dalla squadra olimpica (clausole simili sono state imposte agli atleti belgi e neozelandesi). Non è da escludere che il comitato britannico volesse evitare "problemi" (e magari ritorsioni), in vista dei Giochi di Londra 2012. I dirigenti olimpici britannici hanno poi fatto un passo indietro, e altri comitati olimpici (per esempio quello statunitense) si sono precipitati a precisare di non aver alcuna intenzione di imporre il silenzio ai propri atleti.
I cinesi possono però contare anche su qualche sostenitore: il ministro dello sport sloveno, presidente di turno della Ue, per esempio, che ha nuovamente sostenuto, oggi, l'importanza di separare lo sport dalla politica.
La vera domanda ormai non è più se, ma quanti atleti utilizzeranno la loro partecipazione alle olimpiadi per protestare contro la Cina e la sua politica, e soprattutto come reagiranno le autorità di Pechino, che non potranno certo permettersi di essere contestati proprio a casa loro.
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